Myanmar e Sudan: le guerre dimenticate alla soglia della rottura sistemica

Myanmar e Sudan sono, a metà 2026, due dei conflitti più letali del pianeta — e due dei meno raccontati.
La prima applicazione del framework MST ai due dossier restituisce un risultato netto: il Sudan è entrato in rottura sistemica, il Myanmar è in convergenza critica.
E il fattore comune più pericoloso non è militare: è l’attenzione che manca.

Questa analisi si colloca nell’ambito Analisi Geopolitica e offre una lettura strutturale dei due conflitti: non la cronaca degli eventi, ma la misura della pressione che i due sistemi accumulano e della loro capacità di reggerla. È la prima applicazione del framework MST ai due dossier, condotta su evidenze verificate di fonte ONU, Amnesty International, International Crisis Group e ACLED.

AmbitoAnalisi Geopolitica
Tipo di analisiStrutturale e sistemica
OggettoConflitti in Myanmar e Sudan — luglio 2026
Domini interessatiSicurezza • Finanza • Normativo • Cognitivo • Tecnologia • Energia
MST ScoreMyanmar 4,35 (Convergenza critica) · Sudan 4,62 (Rottura sistemica)
StatoPrima applicazione — baseline iniziale dei dossier

Due guerre ai margini dell’attenzione

Le cifre da sole basterebbero a collocare i due conflitti in cima all’agenda internazionale. In Myanmar, al sesto anno dal colpo di stato, gli osservatori indipendenti stimano oltre centomila vittime e circa 3,6 milioni di sfollati interni. In Sudan, dopo tre anni di guerra tra forze armate regolari e Rapid Support Forces, gli sfollati superano i 14 milioni — un terzo della popolazione — e 28 milioni di persone sono in condizione di fame acuta: le Nazioni Unite la definiscono la più grave crisi alimentare al mondo.

Eppure entrambi i conflitti restano ai margini del discorso pubblico internazionale. Questa marginalità, come si vedrà, non è un dettaglio: è essa stessa un fattore strutturale della crisi.

Myanmar: lo stallo che consolida il potere militare

Il conflitto birmano nasce dal colpo di stato del febbraio 2021 e ha attraversato fasi alterne: l’offensiva coordinata della resistenza tra il 2023 e il 2024 aveva sottratto alla giunta ampie porzioni di territorio; dal 2025 il pendolo è tornato a oscillare verso i militari, sostenuti da forniture cinesi e russe, dalla coscrizione obbligatoria e da una flotta di droni tecnologicamente superiore a quella della resistenza.

Sul piano istituzionale, la giunta ha completato la propria operazione di legittimazione: elezioni a partecipazione fortemente limitata tra dicembre 2025 e gennaio 2026, elezione presidenziale indiretta e insediamento del generale Min Aung Hlaing come presidente nell’aprile 2026. L’International Crisis Group la definisce senza ambiguità: consolidamento militare, non transizione.

Sul terreno, le grandi offensive della prima metà del 2026 si sono arenate: a inizio luglio la spinta verso il nord risulta in stallo, secondo lo schema ricorrente del conflitto. Resta la sostanza umanitaria: attacchi aerei sistematici contro scuole, ospedali e campi per sfollati, e il blocco deliberato degli aiuti come strumento di punizione collettiva — condotte che gli organismi ONU qualificano come crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Sul binario separato della crisi Rohingya resta pendente il procedimento per genocidio dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, riferito alle campagne del 2017.

Sudan: il genocidio accertato

Il caso sudanese ha superato nel 2025-2026 una soglia giuridica che il Myanmar post-2021 non ha varcato. La caduta di El-Fashernell’ottobre 2025, dopo diciotto mesi di assedio, ha prodotto secondo la Missione conoscitiva delle Nazioni Unite oltre seimila uccisi in tre giorni: esecuzioni porta a porta, selezione su base etnica, il massacro documentato dell’ospedale El-Saudi con circa quattrocentosessanta vittime.

Le qualificazioni giuridiche si sono accumulate con una progressione rara: la determinazione formale di genocidio da parte del Dipartimento di Stato americano (gennaio 2025); le conclusioni della Missione ONU, che nel febbraio 2026 rilevava i tratti caratteristici del genocidio a El-Fasher e nel rapporto del 9 luglio 2026 ha concluso che la campagna contro le comunità Zaghawa e Fur integra il crimine di genocidio ai sensi della Convenzione del 1948; il rapporto di Amnesty International del 1° luglio, che documenta otto crimini contro l’umanità e la pulizia etnica nella conquista della città.

Il rischio ora si sposta a est: le Rapid Support Forces stanno replicando attorno a El-Obeid, nel Kordofan settentrionale, le tattiche già viste a El-Fasher — accerchiamento, attacchi alle infrastrutture, strangolamento dei servizi essenziali. Il 6 luglio il Consiglio per i diritti umani ONU ha aperto un’inchiesta urgente sulla città, con un avvertimento esplicito: El-Obeid non deve diventare la prossima scena del crimine. Su entrambi i fronti pesa la dimensione tecnologica: le vittime civili da attacchi con droni sono aumentate del seicento per cento tra il 2024 e il 2025.

La misura della pressione

Il framework MST misura per ciascun sistema osservato la pressione strutturale su sei domini — sicurezza, energia, finanza, assetto normativo, dimensione cognitiva, tecnologia — e la confronta con la capacità adattiva del sistema: la sua robustezza, le sue ridondanze, la sua coesione. Quando la capacità adattiva è inferiore alla pressione, la pressione effettiva si amplifica; quando la trasmissione tra domini è documentata — il conflitto che genera carestia, il finanziamento esterno che alimenta le atrocità — si aggiunge un fattore di contagio.

Applicato per la prima volta ai due dossier, il framework restituisce per il Myanmar un MST Score di 4,35: convergenza critica, con il dominio della sicurezza che tocca la soglia di rottura settoriale. Il sistema birmano è in stallo ad altissima pressione: nessun attore può vincere nel breve periodo, e il rischio dominante è la cronicizzazione della catastrofe umanitaria.

Per il Sudan il risultato è più severo: MST Score 4,62 — rottura sistemica. La formula ha un significato preciso: i meccanismi di compensazione interna risultano insufficienti a contenere la pressione sistemica. Il dominio della sicurezza è al tetto della scala, l’assetto normativo alla soglia di rottura; la capacità adattiva del sistema sudanese è la più bassa osservata nei dossier CSR. Non si tratta di una previsione: è la fotografia strutturale di un sistema in cui lo Stato ha perso il monopolio della forza, un terzo della popolazione è sfollato e il genocidio è stato formalmente accertato.

Una precisazione metodologica: questi valori costituiscono la prima baseline dei due dossier e non entrano nella serie storica del Cruscotto sistemico globale, che aggrega macro-aree. Verranno aggiornati a fronte di variazioni strutturali documentate.

Il deficit cognitivo come fattore di rischio autonomo

In entrambi i dossier il dominio cognitivo presenta la stessa anomalia: una sproporzione radicale tra la scala delle atrocità e l’attenzione che il sistema internazionale vi dedica. Non è una circostanza neutra. L’inattenzione riduce l’incentivo politico all’azione: nessun governo paga un costo elettorale per l’inerzia su una crisi che l’opinione pubblica non vede. E l’inerzia, a sua volta, consolida l’impunità degli attori sul terreno, che apprendono di poter procedere senza conseguenze.

È il meccanismo che il CSR analizza nel filone sul potere cognitivo: ciò che non entra nel campo dell’attenzione non entra nel campo del decidibile. Le “guerre dimenticate” non sono dimenticate per caso — sono l’esito di una competizione per l’attenzione che Myanmar e Sudan, privi di rilevanza energetica immediata per l’Occidente e lontani dai riflettori delle crisi maggiori, perdono sistematicamente.

Attori abilitanti e responsabilità internazionale

Nessuno dei due conflitti si autoalimenta. La giunta birmana dipende dalle forniture e dalla sponda diplomatica di Pechino — che ne ha sostenuto il riequilibrio militare e preme sui gruppi armati di confine — oltre che dagli armamenti russi. Le Rapid Support Forces dipendono dal sostegno finanziario e materiale che fonti multiple riconducono agli Emirati Arabi Uniti: sette sopravvissuti sudanesi hanno presentato alla Corte Penale Internazionale una comunicazione che chiede di indagare figure emiratine per corresponsabilità nelle atrocità del Darfur.

Qui si apre la questione giuridica destinata a pesare: la Convenzione sul genocidio impone obblighi anche agli Stati terzi — prevenire, non essere complici. Dopo la determinazione formale di genocidio, il sostegno materiale a chi lo commette cessa di essere una scelta di politica estera e diventa un’esposizione giuridica. Il controllo sui trasferimenti di armamenti verso le parti in conflitto non è più solo un’opzione etica: è coerenza con obblighi pattizi.

Cui prodest?

Nel metodo CSR la domanda cui prodest? individua chi accresce il proprio potere sistemico per effetto delle trasformazioni osservate. La giunta birmana ha convertito lo stallo in consolidamento: il processo elettorale le ha dato una veste formale che alcuni attori regionali mostrano di accettare. Le RSF hanno trasformato il fatto compiuto territoriale in potere negoziale. I fornitori esterniguadagnano leva a basso costo: Pechino consolida la presa sul Myanmar come corridoio strategico; Abu Dhabi estende la propria proiezione sul Mar Rosso e sul Sahel.

A perdere è il sistema nel suo complesso: ogni mese in cui un genocidio formalmente accertato non produce conseguenze per i suoi autori e i suoi finanziatori erode il valore deterrente della Convenzione del 1948 — un precedente che il sistema internazionale pagherà ben oltre i confini del Sudan.

Conclusioni CSR

Le due traiettorie divergono: il Myanmar è avviato alla cronicizzazione — uno stallo ad alta pressione in cui la catastrofe umanitaria diventa condizione permanente; il Sudan è in rottura sistemica, con un rischio acuto e datato: la sorte di El-Obeid nelle prossime settimane dirà se il pattern di El-Fasher si ripete, sotto gli occhi di un’inchiesta ONU aperta in anticipo — circostanza rara, che priva ogni attore dell’alibi dell’imprevedibilità.

Il CSR seguirà entrambi i dossier con aggiornamenti al variare delle condizioni strutturali. I lettori interessati a un approfondimento specifico possono inviare una richiesta alla redazione.

Nota metodologica CSR

La presente analisi deriva dall’applicazione del framework Multi-System Tension (MST), sviluppato per valutare pressione strutturale, capacità adattiva e configurazioni sistemiche attraverso evidenze open-source validate. I valori riportati non rappresentano previsioni, ma la sintesi dello stato strutturale osservabile nel ciclo considerato. Per i due dossier si tratta della prima applicazione del framework: i valori costituiscono la baseline iniziale.

Fonti CSR correlate

Il potere cognitivo come infrastruttura della decisione

Come il potere cognitivo normalizza le crisi

Risk Assessment (gateway)

Sanzioni come coercizione sistemica

Fonti esterne

Sudan: mass killings in El Fasher constitute distinct markers of genocide — OHCHR, luglio 2026

Sudan: evidence in El-Fasher reveals genocidal campaign — OHCHR, febbraio 2026

‘El Obeid must not become the next crime scene’ — UN News, luglio 2026

UN probe finds mass killings, gang rapes by Sudan’s RSF amount to genocide — Al Jazeera, 9 luglio 2026

Sudan: RSF atrocities in El Fasher ‘a stain on the conscience of humanity’ — Amnesty International, 1 luglio 2026

Myanmar’s New Administration: Military Consolidation, Not Transition — International Crisis Group, 2026

The war from the sky: how drone warfare is shaping the conflict in Myanmar — ACLEDFiber-optic drones add new dimension to Myanmar’s civil war — Nikkei Asia