La geopolitica dello sport rappresenta oggi una dimensione sempre più rilevante delle relazioni internazionali. Grandi eventi, federazioni sportive e organismi di governance non costituiscono soltanto strumenti di competizione atletica, ma anche piattaforme attraverso cui gli Stati ricercano legittimazione, influenza e consenso internazionale.
Nella stessa finestra temporale in cui la FIFA di Gianni Infantino consolida i propri legami con Washington, Riad e Rabat, il movimento olimpico gestisce da quattro anni un problema speculare: come trattare gli atleti di uno Stato sanzionato senza cancellarli dallo sport internazionale.
I due casi non sono collegati sul piano organizzativo — FIFA e Comitato Olimpico Internazionale (CIO) sono governance separate — ma condividono la stessa domanda di fondo: chi decide cosa conta come «neutralità» nello sport, e a beneficio di chi.
Attraverso il Framework MST, il CSR interpreta queste dinamiche non come episodi isolati, ma come manifestazioni di una più ampia competizione per la legittimazione politica e simbolica all’interno del sistema internazionale.
Il pallone al servizio del potere: il caso Infantino
Dal 2016, quando ha sostituito Sepp Blatter alla guida della FIFA, Gianni Infantino ha costruito la propria presidenza attorno a un principio dichiarato — « la politica deve stare fuori dal calcio » — sistematicamente contraddetto dai fatti.
Il caso più discusso resta l’assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar (decisa nel 2010, prima della sua presidenza), preceduta da accuse di sportswashing legate alla morte di oltre 6.500 lavoratori migranti impiegati, tra il 2010 e il 2021, nella costruzione delle infrastrutture del torneo.
Il discorso di Infantino alla vigilia del torneo — in cui si « sentiva qatariota, arabo, africano, gay, disabile, lavoratore migrante » — fu criticato da Amnesty International come un tentativo di minimizzare il costo umano pagato per l’evento.
Da allora il modello si è ripetuto e ampliato. Nel dicembre 2024 la FIFA ha assegnato per acclamazione, in un unico voto che accorpava le due decisioni, i Mondiali 2030 (Spagna-Portogallo-Marocco, con tre partite in Sud America) e i Mondiali 2034 (Arabia Saudita, unica candidata dopo il ritiro dell’Australia). Ventuno organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, hanno definito la decisione su Riad « un momento di grande pericolo » per i diritti umani, mentre Infantino ha descritto il torneo come un futuro « catalizzatore di miglioramenti e cambiamenti sociali ».
L’asse con Washington e il Premio FIFA per la Pace
Il rapporto tra Infantino e Donald Trump ha assunto un peso crescente nella gestione dei Mondiali 2026, ospitati da Stati Uniti, Messico e Canada. Nel maggio 2025 Infantino è arrivato in ritardo al congresso FIFA in Paraguay perché in viaggio con Trump in Arabia Saudita e Qatar, provocando una protesta pubblica della UEFA per aver anteposto « interessi politici privati » allo sport. Nel dicembre 2025 la FIFA ha consegnato a Trump il primo « Premio FIFA per la Pace », con Infantino che ha parlato di « azioni eccezionali e straordinarie » del presidente statunitense. La FIFA ha inoltre un ufficio nella Trump Tower di New York.
Questo riavvicinamento ha avuto conseguenze concrete durante il torneo in corso: i divieti di viaggio statunitensi verso diversi paesi a maggioranza musulmana — annunciati nel 2017, quando Infantino stesso ne aveva segnalato il rischio per l’ospitalità di una Coppa del Mondo — hanno impedito ai tifosi iraniani l’ingresso negli Stati Uniti nonostante la partecipazione della loro nazionale, e hanno bloccato l’arbitro somalo Omar Artan per presunti legami con organizzazioni terroristiche, un’accusa che la FIFA non ha contestato pubblicamente pur continuando a corrispondergli il compenso per il torneo.
Il fascicolo Israele-Palestina
Sul dossier mediorientale la FIFA ha adottato una linea di equidistanza dichiarata ma contestata nei fatti. Nel marzo 2026 l’organizzazione ha deciso di non sanzionare la Federazione calcistica israeliana per aver permesso a squadre di giocare in Cisgiordania occupata, definendo lo status giuridico del territorio « una questione irrisolta e altamente complessa » e proponendo invece « dialogo » e « mediazione » tra le federazioni israeliana e palestinese; la Federazione calcistica palestinese ha presentato ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport. Nello stesso periodo la FIFA ha multato la federazione israeliana di 185.000 dollari per l’inerzia di fronte a insulti razzisti dei tifosi di due club, e ha firmato una « partnership strategica » con il Board of Peace istituito da Trump per la gestione futura di Gaza — un organismo privo di rappresentanza palestinese.
Il punto più visibile di questa tensione è stato l’episodio del congresso FIFA di Vancouver, nell’aprile 2026, quando Infantino ha tentato di far stringere la mano al presidente della Federazione palestinese Jibril Rajoub e al vicepresidente di quella israeliana Basim Sheikh Suliman. Rajoub si è rifiutato, lasciando il palco.
Il numero delle vittime palestinesi a Gaza citato dalla stampa che segue questo dossier supera le 70.000 secondo le autorità sanitarie locali, una cifra che resta oggetto di verifica indipendente; la qualificazione giuridica degli eventi come genocidio è a sua volta oggetto di procedimenti in corso presso la Corte Internazionale di Giustizia e non costituisce, a oggi, un accertamento definitivo.
Milano-Cortina 2026: la neutralità come categoria contesa
Il movimento olimpico affronta da quattro anni un problema diverso ma strutturalmente analogo: come gestire l’esclusione di uno Stato aggressore senza trasformarla in una punizione collettiva dei suoi atleti. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, il CIO ha escluso Russia e Bielorussia dalle Olimpiadi per violazione della Tregua Olimpica.
Ai Giochi invernali di Milano-Cortina, apertisi il 6 febbraio 2026, Russia e Bielorussia non hanno bandiera, inno né squadra nazionale: soltanto tredici atleti con passaporto russo sono stati autorizzati a competere come « Atleti Individuali Neutrali » (AIN), esclusivamente in eventi individuali, dopo un processo di verifica durato mesi e condotto federazione per federazione.
I criteri di ammissione richiedono che gli atleti dimostrino l’assenza di legami con l’esercito o i servizi di sicurezza russi e l’assenza di dichiarazioni pubbliche di sostegno alla guerra. Il pattinatore Petr Gumennik ha dovuto cambiare la musica del suo programma corto poco prima della partenza per l’Italia a causa di una controversia sui diritti d’autore; la copertura della vicenda sulla televisione di Stato russa è stata minima, e solo il 15% dei russi intervistati ha dichiarato di voler seguire i Giochi, segno di quanto la formula della neutralità abbia eroso il valore propagandistico che Mosca ha storicamente attribuito allo sport.
Il rapporto Molfar e la protesta ucraina
La procedura di verifica adottata dal CIO è stata contestata dall’Ucraina come insufficiente. Il Molfar Intelligence Institute, organizzazione ucraina di ricerca open-source, ha pubblicato prima dei Giochi un dossier che attribuisce a 56 atleti invernali russi legami documentabili con lo sforzo bellico o con strutture statali che lo sostengono: dichiarazioni pubbliche, appartenenza a club militari come la CSKA, partecipazione a eventi organizzati da entità sanzionate, o legami familiari con la propaganda di Stato.
Sui due pattinatori ammessi come AIN, Adeliia Petrosian e Petr Gumennik, il rapporto documenta rispettivamente un abbigliamento con la scritta « Russia » indossato nel 2022 e una masterclass nel 2024 nell’ambito di un festival moscovita legato alla raccolta fondi per lo sforzo bellico, nel primo caso; legami familiari e sociali con figure pubblicamente favorevoli alla guerra, nel secondo.
Sulla base di questi elementi, il Comitato Olimpico Nazionale dell’Ucraina, il Ministero della Gioventù e dello Sport e la Federazione ucraina di pattinaggio hanno chiesto formalmente al CIO e alla International Skating Union (ISU) di rivedere l’ammissione dei due atleti, sostenendo che le loro attività pubbliche contraddicono i criteri di neutralità fissati dallo stesso CIO per i cittadini di uno Stato aggressore. Il nodo interpretativo — cosa costituisca esattamente un « sostegno attivo » alla guerra, distinto da un legame familiare o da un’affiliazione sportiva pregressa — resta irrisolto, e la stessa fonte che lo documenta (un istituto di intelligence open-source ucraino, di parte in questo conflitto) va letta insieme, non in sostituzione, ai criteri formali adottati dalle federazioni internazionali.
Dopo i Giochi: la riammissione ISU del 30 giugno 2026
La vicenda non si è chiusa con la cerimonia di chiusura dei Giochi. Il 30 giugno 2026 — alla vigilia della pubblicazione di questa analisi — l’ISU ha annunciato la riammissione di atleti russi e bielorussi alle competizioni internazionali di pattinaggio per la stagione 2026-27, ancora sotto stretto status neutrale (nessuna bandiera, inno o simbolo statale), ma con una novità significativa rispetto a Milano-Cortina: la possibilità di formare una « squadra neutrale » per eventi a gruppi e a staffetta, finora esclusi. La decisione su giudici e arbitri russi e bielorussi è stata invece rinviata alla fine della prossima stagione. L’ISU ha dichiarato di agire sulla base delle raccomandazioni del CIO, che aveva invitato tre pattinatori russi e bielorussi a competere come neutrali ai Giochi invernali.
Il tempismo — pochi mesi dopo la chiusura dei Giochi e dopo la protesta ucraina rimasta senza esito sui due casi individuali — segnala una traiettoria di reintegrazione graduale che prosegue indipendentemente dalla verifica puntuale dei singoli casi contestati. È lo schema già osservato in altri sport: la Federazione internazionale di scherma, controllata dal miliardario russo-uzbeko Alisher Usmanov, aveva reintegrato Russia e Bielorussia per gli eventi a squadra già nel maggio 2025.
Due arene, una stessa logica sistemica
I due casi non sono equivalenti nella forma: la FIFA di Infantino cerca attivamente la vicinanza a chi detiene potere politico ed economico (Stati Uniti, Arabia Saudita, Marocco), usando lo sport come merce di scambio diplomatico; il movimento olimpico, al contrario, gestisce sotto pressione la reintegrazione di un attore sanzionato, in un equilibrio instabile tra il principio di universalità dello sport e la responsabilità collettiva per un’aggressione in corso. Ma la logica sistemica è la stessa in entrambi i casi: la governance sportiva internazionale funziona come un’arena a bassa visibilità mediatica rispetto alla diplomazia tradizionale, ma ad alto valore simbolico, in cui gli Stati investono capitale politico per ottenere legittimazione, normalizzazione o visibilità a basso costo relativo.
In entrambi i casi, inoltre, la parola « neutralità » è diventata essa stessa oggetto di contesa politica, non un dato tecnico: la FIFA la invoca per giustificare l’inazione sui dossier più sensibili (Cisgiordania, diritti dei lavoratori migranti), mentre il CIO e le federazioni sportive la usano come categoria giuridica per gestire, caso per caso, il rientro di atleti legati a uno Stato sotto sanzione. In entrambi i contesti, chi contesta la neutralità dichiarata — la Federazione calcistica palestinese da un lato, il Comitato Olimpico ucraino dall’altro — si trova a dover dimostrare l’esistenza di un nesso politico che le organizzazioni sportive hanno interesse strutturale a non riconoscere.
Cosa osservare da qui in avanti
Alcuni sviluppi permetteranno di verificare se le tendenze descritte si consolidano o si correggono: l’esito del ricorso della Federazione calcistica palestinese al Tribunale Arbitrale dello Sport sulla mancata sanzione a Israele; l’evoluzione del rapporto Molfar, che gli autori presentano come il primo di una serie dedicata ad altri sport invernali; il livello di scrutinio sui diritti umani che accompagnerà la preparazione dei Mondiali 2034 in Arabia Saudita; e il ritmo con cui altre federazioni sportive seguiranno l’ISU verso una reintegrazione a squadre di atleti russi e bielorussi, che ridurrebbe progressivamente la distanza tra « neutralità individuale » e normalizzazione di fatto.
Conclusione CSR
Nessuna dichiarazione di Infantino chiarisce esplicitamente il proprio obiettivo: quanto segue è una lettura del pattern osservato nei suoi comportamenti pubblici, non un’ammissione della parte interessata, ed è presentata come interpretazione analitica e non come fatto accertato.
Un primo livello riguarda la sopravvivenza istituzionale. Il vincolo statutario FIFA limita la presidenza a 12 anni, ma il FIFA Council ha stabilito che il primo mandato parziale di Infantino (2016-2019, subentrato dopo la caduta di Blatter) non rientra nel computo — una reinterpretazione che gli apre la strada fino al 2031. Infantino ha già confermato la ricandidatura al congresso 2027 di Rabat, con il sostegno annunciato di CONMEBOL, CAF e AFC. Mantenere buoni rapporti con i capi di Stato dei paesi ospitanti e con i blocchi federali che lo sostengono è funzionale a questa architettura di potere.
Un secondo livello è commerciale. Infantino ha promesso ai delegati che il ciclo 2027-2030 supererà i 14 miliardi di dollari di ricavi, con 2,7 miliardi destinati al programma di sviluppo Forward 4.0. Il mercato statunitense (Mondiale 2026, Club World Cup 2025 già disputata negli USA con la finale seguita da Trump) e il denaro del Golfo (sponsorizzazioni legate al fondo sovrano saudita PIF, Mondiale 2034) sono le due leve principali per raggiungere quell’obiettivo. La vicinanza a chi controlla l’accesso a quei mercati è coerente con i target finanziari dichiarati dalla stessa FIFA.
Un terzo livello è uno stile di potere documentato, non solo tattico nei confronti di Trump. Un’inchiesta di Play the Game ha rilevato che nelle immagini pubbliche di Infantino con leader politici, quelli a tendenza autoritaria compaiono con frequenza quasi tripla rispetto ai leader democratici: la vicinanza al potere personalistico precede e supera il caso Trump.
Sul perché proprio Trump si aggiungono due elementi pratici.
Il primo è la gestione del rischio operativo: Trump controlla direttamente le leve che possono far deragliare un Mondiale ospitato negli Stati Uniti — visti, sicurezza, ingresso di squadre e ufficiali, come mostrato dai casi dell’arbitro somalo Omar Artan e dei tifosi iraniani — e tenerlo favorevole riduce quel rischio.
Il secondo è lo scambio simbolico a basso costo: Trump è notoriamente ricettivo ai riconoscimenti pubblici (l’ambizione dichiarata per il Nobel per la Pace), e un premio FIFA costa a Infantino quasi nulla in cambio di un rapporto politico che protegge l’evento e, indirettamente, la sua stessa riconferma.
In sintesi:
l’obiettivo dichiarato da Infantino è tenere la politica fuori dal calcio; il pattern osservabile nelle sue scelte è l’esatto contrario — usare la rete di relazioni con il potere, autoritario o non, come strumento per consolidare la propria permanenza alla guida della FIFA e per centrare gli obiettivi commerciali dell’organizzazione.
Fonti
Daniel Tester, « How Gianni Infantino brought Middle East politics to the World Cup », Middle East Eye
« At Milan Cortina Winter Olympics, Russian Athletes Are a Diminished Presence », The Moscow Times, 12 febbraio 2026
« Is Russia Participating in the Olympics? », Encyclopaedia Britannica
Korbinian Leo Kramer, « Olympics at War’s Edge: Russian Athletes, Neutral Flags Ahead of Milan-Cortina 2026 », Kyiv Post, 2 gennaio 2026
« ISU Reinstates Russian and Belarusian Figure Skaters as Neutral Athletes », The Moscow Times, 30 giugno 2026
« Infantino’s FIFA: Ten years of power, politics, and so-called ethics », Play the Game
« Four more years. Infantino confirms he wants to keep his FIFA presidency », Inside World Football, 1 maggio 2026
« Infantino may lead FIFA until 2031 as Council says first 39 months did not count », Inside the Games
Nota redazionale:
alcuni elementi del dossier Israele-Palestina e del rapporto Molfar provengono da fonti con posizione dichiarata nei rispettivi conflitti (Middle East Eye; Molfar Intelligence Institute, ucraino). Sono stati incrociati, dove possibile, con fonti primarie (dichiarazioni FIFA, CIO, ISU) e presentati distinguendo i fatti verificabili dalle valutazioni delle parti in causa.
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